Da Sibilla a Dino, un viaggio chiamato amore | L’Altrove

L’amore tra Dino Campana e Sibilla Aleramo è una di quelle storie d’amore struggenti e appassionanti.
I due si conobbero nell’agosto del 1916, durante la prima guerra mondiale, lui poeta fuori dal comune, nevrastenico, geloso e schivo, lei scrittrice, femminista, circondata di amanti e frequentatrice dei salotti più blasonati. Eppure, nonostante i due caratteri diversi, i due scrittori si ritrovano ad amarsi perdutamente.

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Dino Campana

La loro storia d’amore si snoda tra il 1916 e il 1918 ed è giunta fino a noi grazie ad un carteggio letterario non indifferente, pubblicato per volere della stessa Sibilla nel 1958 da Nicola Gallo, riproposto senza variazioni da Enrico Falqui nel 1973 e nel 2000 ripubblicato con il titolo di Un viaggio chiamato amore. Lettere (1916-1918) per Feltrinelli Editore.

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Sibilla Aleramo

Fu Sibilla Aleramo a cercare quel poeta sconosciuto in quel paesino toscano dove abitava, aveva finito di leggere i Canti Orfici e non vedeva l’ora di conoscerlo. L’incontro per le vie di Marradi segnò inevitabilmente la vita dei due. Una grandissima passione li colse, lui così inesperto “Sei mai stato amato, Dino? Tremavi…” lei, che con quegli storici amanti, diceva di amarlo. Non poteva durare molto, le liti iniziarono a farsi furibonde. Sibilla fuggiva dall’aggressività di lui, ma poi tornava “Ti amo ancora”, lui l’amava a modo suo, un modo strano.
Poi Sibilla fuggì davvero e non gli scrisse più. Nel 1918 Campana fu internato in un ospedale psichiatrico dove morì nel 1932. Lei continuò la sua vita nella sua maniera; due anni prima di morire diede alle stampe queste lettere, l’ultimo atto d’amore.

Di seguito ve ne proponiamo alcune lettere scritte da Sibilla a Dino.

Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo, 6 Agosto 1916.

Perché non ho baciato le tue ginocchia? Avrei voluto fermare quell’automobile giù per la costa, tornare al Barco a piedi, nella notte, che c’è il tuo petto per questa bambina stanca. Tornare. Come una bambina, questa del ritratto a dieci anni. Non quella che t’ha portato tanto peso di storie di memorie affannose, che t’ha parlato come se stesse ancora continuando il suo povero viaggio disperato, come se non ti vedesse, quasi, e non vedesse lo spazio intorno, le querce, l’acqua, il regno mitico del vento e dell’anima… Tu che tacevi o soltanto dicevi la tua gioia. Sentivi che la visione di grandezza e di forza si sarebbe creata in me non appena io fossi partita? Nella tua luce d’oro. E non ho baciato le tue ginocchia. I nostri corpi su le zolle dure, le spighe che frusciano sopra la fronte, mentre le stelle incupiscono il cielo. Non ho saputo che abbracciarti. Tu che m’avevi portata così lontano. Che il giorno innanzi ascoltavi soltanto l’acqua correr fra i sassi. Oh, tu non hai bisogno di me! È vero che vuoi ch’io ritorni? Come una bambina di dieci anni. È vero che mi aspetti? Rivedere la luce d’oro che ti ride sul volto. Tacere insieme, tanto, stesi al sole d’autunno. Ho paura di morire prima. Dino, Dino! Ti amo. Ho visto i miei occhi stamane, c’è tutto il cupo bagliore del miracolo. Non so, ho paura. È vero che m’hai detto amore? Non hai bisogno di me. Eppure la gioia è così forte. Son tua. Sono felice. Tremo per te, ma di me son sicura. E poi non è vero, son sicura anche di te, vivremo, siamo belli. Dimmi. Io non posso più dormire, ma tu hai la mia sciarpa azzurra, ti aiuta a portare i tuoi sogni? Scrivimi!

Sibilla Aleramo.


Villa La Topaia, Borgo San Lorenzo, 7 – 8 agosto 1916

Notte — Possa tu riposare, mentre io ardo così nel pensiero di te e non trovo più il sonno, e sono felice.
M’hai promesso di farti rivedere ancor più bello, mia bella belva bionda.
Come passerai questi giorni e queste notti? Mi senti nella mia sciarpa azzurra, speranza, grazia? Riposa, riposa.
Ci siamo meritati il miracolo. Lo vivremo tutto. E avrai tanta dolcezza anche dal dimenticarti in me, qualche momento, dall’avermi dinanzi come qualcosa a cui la tua dedizione sia sacra, fertile e sacra. Ho tanta fede, Dino. Mi sento ancora così forte, per questo scambio del nostro sangue.

Sibilla Aleramo.


Firenze, 25 aprile 1917

Ti mando dei versi qualunque, soltanto perché tu veda che anch’io in questi giorni pensavo che la “vita è un circolo vizioso”… Ma lo pensavo diversamente da te, mio povero Dino. Del resto, se ho ancora la grazia di sentire in qualche attimo il ritorno eterno della purezza nel mondo, non soffro però meno. Dino, ti amo ancora. In questi tre mesi son rimasta fedele alla mia passione, in un modo che tu non puoi forse neppur immaginare. Ma, mentre sono ancora cosi tua, ti dico a mia volta addio. Non so che cosa mi aspetta. Forse le primavere, se torneranno per me, torneranno tutte come questa, deserte. Sia fatta la volontà di Iddio. È morta mia madre, l’ho saputo troppo tardi per rivederla. Forse partirò domani, non importa per dove. Non ho da mandarti le traduzioni che mi richiedi, e non vedo come procurartene in questo momento. Addio, Dino, che tu possa ritrovar la poesia nella tua anima – e ricordarti qualche volta dell’anima mia.
Ma si, sempre

Sento che sorrido,
intenerita,
c’è pudore e c’è grazia puerile
in questo che m’investe,
sola,
tremore improvviso,
oh luce tra le rame gemmate,
sera che avvicini la primavera,
sento che sorrido,
intenerita,
cosi tersa cosi lieve e presente
la vita,
con un suo senso anch’essa di casto bene,
ridente,
di un’ora che torna, torna, ma si, sempre
di un’ora sospesa,
oh nuova!

Sibilla Aleramo

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Autore: L'Altrove - Appunti di poesia

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