L’accento di Debussy nella poesia montaliana

Claude-Achille Debussy, pianista e compositore francese geniale ed anticonvenzionale, fu fonte d’ispirazione di Eugenio Montale, collaborò con D’Annunzio e s’ispirò a Mallarmé (fino a comporre il poema sinfonico Prélude à l’après-midi d’un faune) .

Tra gli altri, Debussy ispirò gran parte della poetica montaliana, specialmente la raccolta

Ossi di seppia nella quale spiccano particolari poesie d’impronta debussiniana, come Corno inglese Minstrels.
Filo conduttore tra Claude ed Eugenio è, per l’appunto, la vicinanza di pensiero e la voglia di scardinare i principi tradizionali di musica e poesia, alla ricerca di un’arte che vada oltre, d’una composizione che possa esprimere una gamma variegata di percezioni e colori. Il metodo usato da Debussy è, in particolare, la dissonanza, mentre quello scelto dal poeta è il sottile uso delle assonanze, di rime false e l’uso del lessico mirato a sorprendere il lettore. Tra le pagine di Ossi di seppia, il paesaggio e gli oggetti descritti non sono altro che uno specchio dell’interiorità del poeta e delle situazioni che egli si trova ad affrontare capace di immergere il lettore in un’esperienza prettamente sensoriale.
Montale   non ne fece mistero, affermando nell’intervista immaginaria Intenzioni del 1 gennaio 1946:

“Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Minstrels di Debussy, e nella prima edizione del libro c’era una cosetta che si sforzava di rifarli: Musica sognata” […] Negli Ossi di seppia tutto era attratto e assorbito dal mare fermentante, più tardi vidi che il mare era dovunque, per me, e che persino le classiche architetture dei colli toscani erano anch’esse movimento e fuga. E anche nel nuovo libro ho continuato la mia lotta per scavare un’altra dimensione nel nostro pesante linguaggio polisillabico, che mi pareva rifiutarsi a un’esperienza come la mia… Ho maledetto spesso la nostra lingua, ma in essa e per essa sono giunto a riconoscermi inguaribilmente italiano: e senza rimpianto. 

Grande appassionato di musica, egli fu critico musicale per il Corriere della Sera e per il Corriere d’Informazione.

 

In ultima analisi, quindi, i versi musicali di Minstrels rappresentano una fusione del tutto unica che Non s’ode quasi, si respira e che portano il lettore in una diversa dimensione sensoriale dove poesia e musica s’integrano senza avere confini propri e definiti.

Minstrels

Ritornello, rimbalzi
tra le vetrate d’afa dell’estate.

Acre groppo di note soffocate,
riso che non esplode
ma trapunge le ore vuote
e lo suonano tre avanzi di baccanale
vestiti di ritagli di giornali,
con istrumenti mai veduti,
simili a strani imbuti
che si gonfiano a volte e poi s’afflosciano.

Musica senza rumore
che nasce dalle strade,
s’innalza a stento e ricade,
e si colora di tinte
ora scarlatte ora biade,
e inumidisce gli occhi, così che il mondo
si vede come socchiudendo gli occhi
nuotar nel biondo.

Scatta ripiomba sfuma,
poi riappare
soffocata e lontana: si consuma.
Non s’ode quasi, si respira.
Bruci
tu pure tra le lastre dell’estate,
cuore che ti smarrisci! Ed ora incauto
provi le ignote note sul tuo flauto.

 

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