“Mattina”, la poesia breve, ma lunga cento anni

Chi di noi non ha imparato almeno una volta una poesia a memoria? 

Da piccoli, a scuola, nei nostri grembiulini recitavamo davanti la nostra insegnante lunghe composizioni di autori più o meno conosciuti. Rodari era uno di loro, filastrocche musicali e allegre. Ma se vi chiedessimo di ripeterle adesso, certamente non le ricordereste, o almeno non interamente; qualche verso sfuggirebbe. Eppure c’è una poesia che abbiamo imparato anche senza averla studiata. Forse l’abbiamo letta un paio di volte, forse abbiamo sospirato. Una poesia semplicissima. Due versi. Una frase. Sì, proprio M’illumino / d‘immenso. Ancora oggi molti non sanno che questi versi formano una poesia dal titolo Mattina ed è stata scritta da Giuseppe Ungaretti proprio cento anni fa, come ieri.

Era il 26 gennaio 1917, Ungaretti si trovava a Santa Maria la Longa, mentre era soldato sul fronte del Carso durante la Prima Guerra mondiale. Il poeta scriveva i suoi versi anche in trincea nei pezzi di carta che trovava, nelle cartoline franchigia, nei ritagli di giornali. 

La prima versione di Mattina Ungaretti la inviò tramite cartolina postale a Giovanni Papini, amico a cui inviò molte altre lettere durante il periodo della guerra. Il testo era un po’ più lungo e portava il titolo di Cielo e mare. 

M’illumino
d’immenso
con un breve
moto
di sguardo

Nella stessa cartolina Ungaretti scrisse altre due poesie: Burrasca e Desiderio, che riportiamo qui:


Burrasca
 

Non posseggo più
che la crudeltà
di parlarmi 

Ma le mie parole urla
fendono
come i fulmini
la fiera
campana del cielo
e sprofondano
impaurite
della mia solitudine 

Desiderio 

Vorrei somigliare
a questo paese
steso nel suo camice
di neve
come in una
grande tranquillità
di sonno

Notiamo che, mentre queste ultime poesie riportano elementi tipici della guerra e della zona montuosa in cui si trovava, Mattina è sgombra da tutto questo. E sembra quasi in disaccordo. Non sappiamo se Ungaretti l’abbia scritta lo stesso giorno delle altre, se fu sopraffatto da diversi sentimenti, desideri e immagini nello stesso ed identico giorno. Sappiamo però che queste ultime poesie verranno successivamente riprese e intitolate rispettivamente Solitudine e Dormire e poi incluse nella raccolta Allegria dei naufragi, prima edizione della successiva Allegria.

Ungaretti era un poeta ermetico ed essenziale e forse anche un instancabile limatore di versi. Mattina fu il risultato di questo lavoro. 

Ma cosa portò il poeta a togliere gli ultimi tre versi? 

Forse l’acquisizione di un’importante e nuova consapevolezza. Percettibile anche dall’uso della sinestesia, importantissima figura retorica che accosta la vista all’immagine astratta dell’infinito. Non era più il “breve moto di sguardo” a portare il poeta ad illuminarsi d’immenso, non era più il cielo od il mare. La Mattina di Ungaretti, nella versione definitiva del 1931, esprime una forza straordinaria. Su di essa, il critico letterario Romano Luperini disse: “La comprensione della poesia richiede di soffermarsi sulla particolare valorizzazione del titolo, indispensabile all’interpretazione corretta del significato: lo splendore del sole sorto da poco trasmette al poeta una sensazione di luminosità che provoca immediate associazioni interiori ed in particolare il sentimento della vastità. M’illumino d’immenso significa appunto questo: l’idea della infinita grandezza mi colpisce nella forma della luce”.

Ci fermiamo qui, non vogliamo fare un’analisi di questo testo, soltanto vogliamo ricordare come questa poesia sia una delle più importanti della nostra letteratura e sia ancora oggi attuale nonostante i suoi cento anni. 

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