Giovani Poeti: Chiara De Cillis.

 

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I Giovani Poeti de L’Altrove sono sempre di più.
Oggi vi presentiamo Chiara De Cillis, pugliese di nascita, classe 1995.
I suoi versi non sono mai privi di originalità. Poesie brevi si intervallano a testi più lunghi e complessi.
Mille sentimenti sfaccettati nascono, si incontrano, ma non si accavallano.
E come con ogni poeta emergente, vogliamo presentarvela.

Grazie, Chiara. Come nasce una tua poesia?

Il seme di tutto è la fame, i versi sono il cibo: deve esserci un’assenza, una mancanza, un desiderio forte – non per forza qualcosa di negativo, sia chiaro – affinché io possa cercare la poesia. 
Il periodo della ricerca è quello più difficile, parte con poche parole, che emergono dal nulla e mi tormentano, oppure tutto ha inizio con un gesto, con qualcosa che raccolgo dalla strada.
In seguito queste poche parole, questo gesto, questo qualcosa, devono semplicemente maturare. 
Delle volte mi porto dietro alcune parole per mesi, un solo verso che rimbomba nella testa e non dà modo di pensare ad altro, così non scrivo e comincio a impazzire. Mi viene in mente una frase da “Tropico del Cancro” di Henry Miller:“Forse è perché il libro ha cominciato a crescermi dentro. Me lo porto dietro dappertutto. Giro per le strade incinto del nascituro e le guardie mi aiutano a traversare la strada”.
Poi, finalmente, arriva il momento. Comincio a scrivere ed è una sorta di liberazione.
Non credo di essere io a mettere insieme i versi, piuttosto sono loro che mi raggiungono: come potrei essere io a scegliere le parole giuste? Sarebbe inumano! Quante parole possibili ci sono? Io non lo so.

Tu hai un blog da poco, cosa ne pensi della poesia che si diffonde via web?

In realtà avrei preferito che la necessità di aprirne uno non si fosse mai presentata, invece mi sono piegata anche io davanti a Nostra Signora della Tecnologia. Soffro un po’ a vedere i miei versi in formato digitale: mi sembrano i loro stessi spettri, così fragili, così impalpabili. A leggerli a lungo fanno anche bruciare gli occhi, ma solo per la luminosità dello schermo. 
Ad ogni modo, occorre ammettere che il web è ad oggi il canale migliore per chi – come me – non gode di notorietà alcuna o di fortuna. L’importante è non fermarsi a questo, è non lasciare che i versi passino solo attraverso la rete, non abbandonarli rischiando che il loro destino sia soltanto quello di accrescere l’ego dell’autore  con qualche decina di likes.

È un fenomeno che si diffonde per via delle ristrettezze delle case editrici?

Non troppo tempo fa, io e un mio caro amico, cercavamo case editrici che accettassero manoscritti di scrittori emergenti. Mi ha sorpresa molto leggere avvisi del tipo “Si avvisa la gentile mandria di aspiranti premi Nobel per la Letteratura che la casa editrice Taldeitali non accetterà più manoscritti per i prossimi due anni causa ingorgo”. 
A mio avviso le case editrici non sbagliano ad avere delle ristrettezze: se tutto ciò che viene scritto (si pensi a tutte quelle risme di manoscritti che affollano le scrivanie degli editors), venisse anche pubblicato, la pubblicazione così come ora la si intende, perderebbe drasticamente di valore. È vero anche che non è tutt’oro quel che viene pubblicato, ma eviterei di aprire lunghissimi discorsi sui gusti della gente. 
Tornando alla domanda, è probabile che le ristrettezze delle case editrici siano una delle cause principali che portano ad autopubblicarsi sul web, ma a questa ne aggiungerei altre mille. 
Bisogna anche considerare che la lettura sta cambiando e che i lettori siano sempre più impigriti e desiderino messaggi brevi, diretti, sul tablet in metro, senza troppi sforzi. Meglio ancora, se il messaggio, la poesia, o quel che vuoi passare, anziché scriverlo, lo fotografi e lo metti su Instagram.

Oggi il successo è pubblicare un libro o avere molti seguaci?

Questa domanda mi mette in difficoltà, penso che il successo sia una cosa estremamente soggettiva – sebbene nell’ideale comune appaia come oggettivissima. 
Se per me avere successo corrisponde a pubblicare un libro e riuscire a invadere migliaia di librerie, per qualcun altro avere successo potrebbe voler dire avere milioni di followers.
Alla fine poi, sono due cose che viaggiano ormai di pari passo, c’è chi ha iniziato raccogliendo lettori sul web e poi ha pubblicato un libro e chi viceversa ha pubblicato un libro e poi ha raccolto seguaci sul web.
 
Come vedi la poesia nel futuro? La immagini come arte attorno alla quale ruotano le altre o come una fra le tante? 

Da quello che ho modo di osservare, la poesia negli ultimi anni sta abbandonando quell’angolino buio in cui per così tanto si è tenuta al sicuro.
Pare stia mirando a conquistare un posto di rilievo nel mondo artistico, così com’era un tempo, emergendo da quell’unico scaffalino in cui per decenni le librerie l’hanno relegata.
Ecco nascere i poetry slam, in cui i poeti sono gladiatori magrolini e pallidi, ecco nascere il Movimento per l’Emancipazione della Poesia o Attacco Poetico che riempiono le nostre città di poesie scritte o appiccicate sui muri. 
È in atto una sorta di rivoluzione dell’Ars poetica, che parte dal basso, da gente comune. 
Sta invadendo la musica – sua eterna compagna -, sta invadendo l’arte grafica che diventa poesia visiva.
Non so ancora se questa esplosione mi rende felice, devo ancora capirlo, la sto sperimentando.
Alla fine a me la clandestinità della poesia, il fatto di doverla scovare, piaceva molto. Come direbbe Callimaco: “A Demetra le api non portano l’acqua di ogni sorgente, ma quella che zampilla, pura ed intatta da una sacra vena, goccia minuscola, limpidissimo fiore”

Com’è fare poesia nel 2016?

Fare poesia nel 2016 è più semplice. 
La gente non ti ride in faccia quando dici di scrivere versi, anzi, ti chiede se hai un blog o se hai pubblicato un libro così che possa leggerti. C’è anche chi riesce ad avere dei fan club enormi, scrivendo poesie. C’è chi è bruttissimo e scrivendo poesie è improvvisamente più bello, alla moda. Nel 2016 puoi fare poesia su qualsiasi cosa, nessuno ti censura, o almeno, puoi riuscire a scamparla.
Fare poesia nel 2016 è difficile.
Per tutte quelle cose per cui ho detto che è più semplice, proprio perché è più semplice.

L’Altrove ringrazia ancora Chiara e vi ricorda che potete seguirla sul suo blog:
http://www.canemagro.wordpress.com

Queste, due delle sue più belle poesie.

28.2

Non resteranno di me
che lettere senza risposta
e destinatari ammutoliti
dal mio troppo tanto amore
(finto)
che non ha mai tregua.

33. 2

Ho visto una signora girare
con in mano una gabbietta;
dentro c’era un soffice cuscino
e un cagnolino di peluche:
non respirava, ma era morbido
non disdegnava mai le sue carezze.
E nel tran tran dei tram la
principessa dalle calze gialle
e la gonna rossa mi ha mostrato
come far innamorare senza
essere alla moda, aveva un buco
largo sfilacciato sulla coscia
che mi lasciava intravedere
la sua pelle: liscia, al sapore di frutta.
Conto i capelli bianchi che mi crescono,
sembrano i fili con cui rammendiamo
i calzini: ricucirò i collant agli anni,
principessa, sarò una toppa sui gomiti
di quei maglioni troppo larghi
che avevamo addosso quando
il tempo ancora camminava e
chi correva ci additava con disprezzo:
“I giovani d’oggi! I giovani d’oggi!”.
Saremo i giovani dell’altro ieri
e seguiremo il filo secco dei capelli
bianchi e i nostri strappi non saranno
buchi neri, ma calzini rammendati.
Un vecchio risale le scale automatiche,
mi ride addosso sconvolto dicendo
che ho perso, che ho perso la metro
e rido anch’io di gusto, annuendo
davanti alle cose che perdo, alle chiavi
lasciate sui tavoli dei giardinetti,
ai documenti, ai momenti belli,
faremo una catena di montaggio
in cui io invento e stampo le parole
e qualcun altro, tu magari, tu amore
le raccogli e le ritagli, le fai in pezzi
e riperdiamo anche le parole:

ci
dedichiamo
un
silenzio
astrale,

un silenzio di musica sferica
(rotonda, formosa, materna),
un silenzio che ride alle cose perdute
e poi ritagliate nel tempo e incollate
per non farsi sfuggire un momento
magari tu, collage di storie
senza senso, amore, amore, amore
nemmeno riusciamo a capire
se è amore o se muore nell’ombra
di un altro magari amore, magari tu.
Ritorno indietro e mi metto in ginocchio
nella gabbietta con dentro il cuscino,
e non disdegno mai una tua carezza,
ti faccio sposare col vecchio simpatico
e vostra figlia avrà la gonna rossa;
mi invento una città tutta nostra
e torno cane, torno a bere e a pisciare,
abbaiare nel buio alle macchine:
limitarmi a latrare alla porta di casa
semmai la sera non ti vedessi tornare.

Cerchiamo ancora giovani poeti. Scriveteci.

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