Giovani poeti: Irene Belfiore

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Vi accompagniamo in questa meravigliosa giornata di sole presentandovi una giovanissima poetessa. Lei è Irene, ha vent’anni ed è siciliana.
La sua poesia è particolare, ricercata, è un urlo tra le macerie, è esplosione, è riflessione.
È lasciarsi pervadere da variegate sensazioni, come su una scala di colori.
Ci ha concesso di approdare nei suoi versi, e così, quasi in punta di piedi, ve la presentiamo.

 

Ti ringraziamo per aver condiviso le tue poesie, Irene.  Sapresti dirci quando hai scritto la tua prima poesia? 

La prima poesia l’ho scritta all’età di undici anni, più o meno, una sera d’inverno, per una mia cara amica di allora. Non sapevo nemmeno cosa fosse, la poesia, vedevo i versi nascere senza sapere, effettivamente, dargli un nome. In seguito ho cambiato spesso modo di esprimermi, di tracciare sulla carta gli stati d’animo, ma la poesia non mi ha mai abbandonata.

Cosa ne pensi della diversità che pervade il mondo della poesia? Cosa c’è, secondo te, dietro stili differenti di poetare? 

La diversità che pervade il mondo della poesia rispecchia la diversità degli individui. Credo sia un fatto naturale. La poesia rispecchia, in qualche modo, gli interessi di chi scrive, ciò che preme di più. La poesia è la voce del sentire profondo degli individui e, in quanto tale, ha diversi timbri. E dietro lo stile, che in fin dei conti non è altro che la modulazione di quella voce, vi è la vastità dei modi in cui il poeta sa farsi rapire dalle sensazioni, sollevare e annientare; modi diversi di affrontare l’ispirazione.

Neruda disse che la poesia è un atto di pace. Qual è il suo ruolo, oggi, secondo te?

Sono fermamente d’accordo con Neruda. La poesia è indubbiamente un atto di pace, una terapia che non viene prescritta ma nasce da sé, come naturale espressione di bisogno e ricerca di stabilità interiore, per l’autore e per il lettore.

Credo che oggi la poesia abbia il ruolo fondamentale di ricordare all’uomo di esistere, di percepire ed esprimere la vastità delle sensazioni che ogni giorno ci attraversano e che spesso ignoriamo.

Quale poeta ti ha ispirato più? C’è una poesia che ti è rimasta particolarmente impressa, in generale?

Non credo di essermi mai ispirata ad un poeta in particolare. Il mio stile tende ad essere mutevole, sebbene vi siano alcune costanti, come il riferimento alla natura, a spazi sterminati. Ma i toni cambiano spesso e in modo del tutto naturale. C’è una poetessa, però, Antonia Pozzi, alla quale mi sento molto vicina.

Ci sono diverse poesie che mi sono rimaste particolarmente impresse, ma nell’immediato penso ad una poesia di Elio Pecora, questa:

Ancora apprestando la cena
parliamo delle cose di ieri.
Sai, come sciarpa tiepida
ho avvolto intorno al collo la pena
stranamente godendola.
Mi racconti i tuoi amori
quelli di oggi e quelli
che domani attendi,
l’amore grande che presto
venga a domarti
un lunghissimo tempo.
T’ascolto senza gridare
perché io devo capire
che un nuovo sole ti scalda:
io chiedo un silenzio
spalancato d’anima.
(Comprerò anemoni scuri
e gialla mimosa
per la mia stanza d’ombra).
Eravamo la goccia che chiude il mondo
e l’incauta felicità
la nota che s’alza dal flauto
e penetra il cielo. Tu vai
in questo febbraio di vento,
poi apprestando la cena
parliamo delle cose di ieri.

 

La prima volta che l’ho letta mi ha colpito l’abilità dell’autore nel delineare una situazione quotidiana che manca, però, del sapore stesso della quotidianità. La linearità dei versi cela dietro di sé l’amarezza, ‘’la pena’’ di cui parla l’autore stesso e quel grido che percuote, con rassegnazione, l’animo lacerato.

Parlaci di cosa è per te la poesia.

La poesia è una scelta difficile. E’ lo sfogo razionale in un momento di scarsa lucidità. A volte è logoramento interiore, altre volte è piena liberazione. Ma, più di tutto questo, penso che la poesia sia ricerca continua di risposte. E le risposte si hanno da principio. Penso che – richiamando indirettamente un concetto espresso da Michelangelo nel campo della scultura – la poesia scolpisca il pensiero, liberandone la forma.

 

Ecco, adesso, due delle sue poesie:

Rosse ossa

Rosse ossa in frantumi d’ottobre.
Polvere tattile nell’epitelio incastrata,
spronata a marcire agli argini delle unghie.
Balbettio lontano sulle foglie verdi appese,
al posto dei panni ad asciugare i mari.
I marinai in trappola,
in balìa del tempo,
soffiati dal vento e dalle foglie sui rami
secchi
come i mari, vacillano, pietosi,
sulle punte dei piedi
in silenzio
per non disturbare il tormento dei pesci:
destra, sinistra, sopra, sotto.
Diagonale? Uno sguardo distorto.
Annullamento cerebrale di convinzioni nascoste,
macchie viola cucite sulla lingua.
Deturpato momento. Momento deturpato.
Al carnefice va il saluto posato delle conchiglie
sul fondo,
a raschiare altre notti.
Ma è preferibile un inconveniente,
senza più voci che possano turbare il silenzio;
un cambio piatto di registro piatto:
alta marea oceanica,
schianto notturno che annega le voci,
favorisce i cori silenziosi delle foglie verdi appese
e tramortite sui rami;
ma debole, in fondo, di porcellana,
franato dentro la bocca come una soluzione scomoda tra le dita:
lo scanto diurno del naufrago in trappola.
_________________________
Mal-in-cuore
Questione di silenzi e di chiarezza,
di concisione regolare
di versi
e di macabra inquietudine,
di ricorrenze
lasciate
distrattamente
sul ciglio dei ricordi;
di tronchi annodati
nella tua mente
eternamente leggera
eternamente sospesa
ce ne sono a centinaia,
come i miei sospiri
annodati alle costole
nelle notti dei primi rancori,
con le tue sentenze
senza fine
senza finale
incandescenti discese di lava
fluido sentire
e sentimento
nelle mie vene in fiamme
quando infiammi
i tronchi,
quando infiammi
gli scontri,
Solo allora
mi incontri
e da tronco che fosti
nodo dell’anima,
or ti sciogli
essenza di miele,
e più non mi manca
e più non duole
il tuo nome:
Cuore che batte

al centro

del petto.

 

 

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