Giovani poeti: Lucrezia De Pascalis.

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La categoria Giovani poeti inizia a prendere forma e noi siamo molto contenti di questo.
Oggi vi presentiamo una poetessa, una di quelle che ti fanno esclamare “wow”.
Lei è Lucrezia De Pascalis, ventiduenne pugliese.
Le sue poesie fanno perdere battiti cardiaci, ve lo assicuriamo.
L’aggettivo che più le si addice è originale; mai banale, nemmeno nella vita, Lucrezia scrive e lo fa con una particolarità straordinaria, con versi carichi di sensazioni che riescono a colpire ogni lettore.
Romantico, elegante, ironico, schietto, retrò, uno stile che nel corso del tempo è cambiato, ma che continua a stupire.
Abbiamo avuto il piacere di parlare con lei, di farle qualche domanda, così da presentarla a voi lettori.

Innanzitutto, Lucrezia, vogliamo ringraziarti per aver partecipato.
Ricordi quando hai scritto la tua prima poesia? Da allora è cambiato qualcosa?

Prima poesia? Circa sei anni fa. Ero in casa, ticchettio dell’orologio nel silenzio assordante della stanza. Flusso di coscienza ed eco di Joyce. Prendo in mano un foglio e scrivo parlando di qualche pseudo amore adolescenziale. In sei anni ho vissuto una rivoluzione nello scrivere, e a tratti una involuzione emotiva. Nel perdere ho trovato, nel perdermi mi son ritrovata.

Quale poeta vedi più vicino a te, al tuo poetare?

Direi Sanguineti, con dovute e rispettabili eccezioni. Ho già anticipato di avere stili differenti, caotici e multiformi, il mio percorso è stato un percorso di crescita e trasformazioni, di versi letti e divorati, di parole consumate e integrate. Il mio è un assemblaggio vario, talvolta inconsapevole e spontaneo. Qualcosa ti entra dentro ad un certo punto, e vince anche sulla tua penna.

Qual è il tema che ricorrere di più nelle tue poesie?

Non esiste una tematica ben definita e afferrabile a prima lettura. Potrei dire banalizzando “amore” oppure “rabbia”, “sgomento”, “terrore” o sentimenti affini. Racconto il mio essere ed il mio vivere provando a rasentare ogni tassello del comune essere e vivere, precipitando anche nell’incomprensione totale o nei cliché assoluti.

Patrizia Cavalli disse: “A me la poesia serve per essere immortale. Non nel senso dei posteri, per carità. Ma a essere immortale lì per lì, mentre scrivo. Mi salva dal tempo, mi restituisce l’interezza, scorre la mia ansia”.
Cosa pensi al riguardo?

Con una nota di merito a Patrizia Cavalli (mia poetessa amata), sono totalmente d’accordo. Scrivere è il tentativo (futile o vincente) di fuggire a qualcosa a cui siamo ancorati, sia esso un amore, un fallimento, una gioia, un dolore, è il legame con altro, altro dall'”hic et nunc” in cui si vive.

Da giovane poetessa emergente cosa ti aspetti e cosa vorresti? Cosa credi che manchi nel panorama poetico italiano?

Bei quesiti. Non ho desideri stabili, mi son rintanata spesso nella non editoria, nel “tenersi per sé i propri scritti”, maneggiarli con cura e provarne una forte gelosia a riguardo. Finché non mi son ricadute nelle mani alcune pagine, e leggendomi (con un briciolo di sana presunzione) ho pensato: “qualcosa dovrà pur accadere, qualcosa dovrò pur fare”. Ho elaborato un’idea: non va perduto nulla se concedo e condivido col lettore qualcosa di strettamente personale, il puro resta intatto, il seme può soltanto dar vita ad altro.
Ammiro e stimo diversi poeti contemporanei. Ad alcuni credo manchi una buona dose di originalità, è una male scrivere col solo intento di compiacere il pubblico e ricevere un riscontro positivo. Si perde quella purezza di cui sopra, ciò da cui tutto poi nasce, è un fare per inerzia che reputo inaccetabile.
Credo che bisogni fortemente non perdere di vista certi punti, lasciarli ben saldi e non corromperli con questa smania di popolarità. Perché, diciamocelo, la popolarità è appagante, ma quel che conta resta sempre altro. Oltre.

Ecco alcune delle sue poesie che vogliamo condividere con voi.

Il mio strabordante incedere nel tuo pallore di chiaroveggenza – di cui chiaro per definizione è soltanto il candore della pelle tua – è il passo falsato in una terra di – non – ritorno, il mio, verso  casa, verso un posto, verso un passo altro – altro dalle mura soffocanti seppur accomodanti di una città, mia, tua.
Se ti scosti per un attimo ti intravedo per intero, definisco linee – linee guida, dirò – tragitti chilometrici fatti di assenza, sgomento, rancore, pietà – dammi tregua, fermati.
Se mi scosti per un attimo puoi intravedermi nella totalità banalizzante del mio ego, io per nulla e nel nulla, io frammentata e frammentante, io per metà, io per meta.
Io, puntualmente, di ritorno verso te.

Quattro minuti
e trentatré secondi
è il volteggiare nell’aere
statico
di un violino ai venti
– i quattro, in quattro minuti –
di un passo falso
in un cambio atmosferico,
zero gradi in
un fuoco mosso
alimentato da quattro
arbusti
invecchiati
–  età che incede su un calendario datato ieri –
Tra quattro minuti
e
trentatré secondi
sarai un fermo
immagine
di un tacito mattino,
ti immortalo
in scatti multipli
sfocati
– messa a fuoco, mio diletto mancato –
filigrana
sui fili
di un tram
lento.

Ringraziamo Lucrezia, sperando di poter condividere presto con voi altri suoi componimenti.
Ma qualora non sapeste aspettare, eccovi il suo indirizzo e-mail:
lucreziadepascalis@hotmail.it Lucrezia sarà lieta di rispondere alle vostre domande o di farvi leggere altre bellissime poesie.

L’Altrove è alla ricerca di giovani poeti emergenti, inviate i vostri componimenti all’indirizzo: laltrovepoet@outlook.it e vi ricontatteremo.

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