Poeti che cambiano il mondo, Patrizia Cavalli.

 

Ironica, malinconica, matura, intelligente, delicata, strafottente, questa è Patrizia Cavalli.
Difficile descriverla con una sola parola. Poetessa dalle caratteristiche molteplici, la Cavalli è ormai una delle più apprezzate in Italia.
Nata a Todi nel 1947, esordisce con “Le mie poesie non cambieranno il mondo”, eppure lo hanno cambiato, eccome.

Non so se l’ho mai capito veramente. Ho sempre scritto poesie, sin da bambina, ma come una specie di atto naturale, non accompagnato da nessuna consapevole ambizione. Poi a un certo punto della mia vita qualcuno di cui mi fidavo (Elsa Morante, Ndr.) mi ha detto che ero poeta. E io ci ho creduto. In un certo senso sono stata obbligata a crederci (o forse a fingere di crederci), e per ragioni che non hanno niente a che fare con la poesia. Comunque m’imbarazza definirmi poeta, c’è qualcosa che non mi torna, preferisco dire che a volte scrivo poesie.

Ma la sua poetica rompe l’ovvio, l’ordinario pensare, a volte versi e ritmi diventano serrati, la parola acquista nuove profonde sfumature, a tratti il dolore e la felicità vengono interrogati con perizia e poi rielaborati alla propria realtà. Nessuna nostalgia, la vita rinasce e modifica e ci mette di fronte alla verità, anche quella più cruda

.

È tutto così semplice, si, era così semplice,
è tale l’evidenza che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo: mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani. Il resto è per i pazzi.

Verità che lasciano in silenzio ogni lettore, come in quei componimenti minuscoli che tanto caratterizzano la sua produzione.

Io qui. Tu là.
Tu lì. Io qua.

E se mi guardi davvero e poi mi vedi?
Io voglio che stravedi non che vedi!

Penso che forse a forza di pensarti
potrò dimenticarti, amore mio.

Dopo anni tormenti e pentimenti
quello che scopro e quello che mi resta
è una banalità fresca e indigesta.

Anche l’amore assume significati particolari nelle poesie della Cavalli.
A volte erotico, poi romantico, ma descritto  sempre in maniera reale e mai platonica.

O amori – veri o falsi
siate amori, muovetevi felici
nel vuoto che vi offro.

Se ora tu bussassi alla mia porta
e ti togliessi gli occhiali
e io togliessi i miei che sono uguali
e poi tu entrassi dentro la mia bocca
senza temere baci disuguali
e mi dicessi: «Amore mio,
ma che è successo?»,
sarebbe un pezzo
di teatro di successo.

Tu te ne vai e mentre te ne vai
mi dici “Mi dispiace”.
Pensi così di darmi un po’ di pace.
Mi prometti un pensiero costante struggente
quando sei sola e anche tra la gente.
Mi dici “Amore mio mi mancherai.
E in questi giorni tu cosa farai?
Io ti rispondo” Ti avrò sempre presente,
avrò il pensiero pieno del tuo niente”.

Ma ciò che colpisce di più delle sue composizioni è la particolare attenzione verso la struttura della poesia stessa. L’endecassilabare della Cavalli è conosciutissimo, scelta che denota un suo attaccamento alla tradizione poetica, eppure diventata così innovativa e originale.

D’altronde che senso ha, io non credo ai versi liberi con suoni arbitrari e sgangherati, gli accenti sostengono la memoria e la comprensione, altrimenti non si capisce perché uno debba scrivere delle poesie.

E alla domanda sul perché scrivere poesie ha sempre risposto in questo modo:

A me la poesia serve per essere immortale. Non nel senso dei posteri, per carità. Ma a essere immortale lì per lì, mentre scrivo. Mi salva dal tempo, mi restituisce l’interezza, scorre la mia ansia. E poi, questo infine l’ho capito, è l’unica cosa che riesco a fare senza sofferenza.

L’Altrove conviene con lei nell’affermare che la poesia è un’àncora di salvezza.

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